Gli amici di Giobbe 2

Mišpāţ e rîb

La Scrittura per parlare di queste cose usa delle metafore. Per spiegare come Dio reagisce davanti al male, parla con termini giuridici (forense). La Scrittura presenta due modi di rispondere all’ingiustizia.

mišpāţ
(giudizio) – Nel mišpāţ c’è colui che ha ricevuto il torto dall’ingiusto. La parte lesa si rivolge al giudice accusando il colpevole. Se il giudice si rende conto che c’è stato il colpevole, questo viene condannato ad una pena che deve essere proporzionata al reato.
Un po’ c’è la Legge del taglione. Il giudice deve condannare il colpevole, ma se si scopre che la parte lesa mente, deve essere condannata allo stesso modo come sarebbe stato punito il falso colpevole.
Attenti: quando diciamo che Dio è giudice, diciamo che lui deve condannare, non lasciando lo spazio al perdono. Questo però ha dei contrasti logici. Per dire che la vita va salvaguardata, la si toglie. Se tu uccidi, per fare capire il valore della vita, si viene condannati a morte. Così non funziona!

rîb
Natan fa il rîb a Davide (pecorella). Nel rîb non c’è il giudice. La parte lesa si rivolge direttamente al colpevole, per aiutarlo a prendere coscienza che facendo il male si fa del male, aprendosi al perdono della parte lesa. Anche nel rîb c’è una accusa, ma non per essere condannato, ma per essere perdonato, «perché si converta e viva».

Nel mišpāţ lasciare impunito il colpevole, vuol dire non considerare la vittima, anzi non si considera neanche il male. La nostra coscienza si forma anche in rapporto ad una legge che sanziona il male. Noi siamo davanti alla legislazione occhio per occhio, dente per dente, vita per vita. Questo per vedere l’importanza alla vita. Ma se la legislazione è troppo mite nel giudizio della sanzione, mette a rischio la dignità della persona.

Il rîb non vuole semplicemente ridurre il male del colpevole, altrimenti in questa maniera peggiorerebbe il male. Il rîb non vuole ignorare il diritto della vittima ed evitare la condanna. Lo scopo del rîb è che l’ingiusto diventi giusto. Una volta che il colpevole si rende conto del male fatto, diventando giusto cerchi di rimediare al male. Sotto al rîb c’è questa idea: il male distrugge il malfattore e lo trasforma in pio. La vittima consapevole di questo, cerca proprio di fare capire al colpevole questa idea. Può anche applicare delle sanzione che possono sembrare punitive, ma in realtà sono istruttive. La vittima è molto più preoccupata del bene del colpevole, che del male ricevuto. La vittima vuole salvare suo fratello, mosso da un totale desiderio di bene, senza vendetta, solo con il perdono. L’accusa del rîb è offerta di perdono.

La Scrittura comprende Dio come la parte lesa, che interviene nella storia, offrendo il proprio perdono. Dio cerca sempre di portare l’uomo al proprio peccato, perché confessi la colpa è si concili con Dio. La confessione della colpa, che è necessaria, è l’accoglienza del perdono. La prospettiva biblica è che il peccatore confessi la colpa perché è già stato perdonato. Non è come nella struttura di confessione nostra, che prima c’è l’accusa dei peccati poi c’è il perdono. Comunque, occorre l’accusa dei peccati, perché possa attivarsi il principio, perché possa entrare in vigore il perdono, anzi, perché possa essere accolto.

Geremia 2,17 si rivolge al popolo: «La tua stessa malvagità ti castiga». Il peccato ha in sé la punizione. Lo stesso vale per l’Esodo: «hai messo nella tua terra degli stranieri e ha fatto della tua terra una terra straniera». Per questo Dio manda Israele in terra straniera, perché possa tornare nella propria terra e riconoscerla tale. «La tua terra non sarà più straniera, ma promessa». Tornare nella terra promessa è tornare a Dio. Appena si riconosce il male, si riconosce che si è davanti al perdono di Dio.

Nel libro di Giobbe gli amici gli dicono proprio questo, solo che Giobbe si rende conto di non aver fatto male. La sua sofferenza non può essere spiegata come una conseguenza di un male, dunque, non rientra nella dinamica del rîb. Gli amici gli dicono: «confessa le tue colpe e Dio ti perdonerà». Ma Giobbe riconosce di non avere colpe e ritiene che il rîb è ingiusto. Allora il colpevole è Dio. Giobbe risponde facendo il rîb a Dio, per fargli capire che il suo comportamento è ingiusto.

Nel libro di Giobbe mai si dice del rîb da parte di Dio, solo gli amici tirano fuori questo argomento e Giobbe cade nella loro trappola, interpretando la sua sofferenza come rîb e risponde con un rîb contro–accusatorio nei confronti di Dio. Ma non si affronta così il problema.

Mentre Giobbe ritorce l’accusa, facendo il rîb a Dio, Giobbe però si appella alla giustizia di Dio. Mentre gli dice: «Dio tu sei ingiusto a farmi il rîb», in realtà gli chiede: «ritorna nella tua giustizia e nella tua bontà e riconosci la mia innocenza». Dio è cercato da Giobbe nella sua realtà di bontà e giustizia. Lui non può accettare l’idea che Dio sia cattivo. Gli chiede semplicemente di mostrarsi così come egli crede che sia: buono e giusto. Lui dimostra una fede di profondità senza limiti. Giobbe ha una fede che non ha paura di entrare in crisi. Giobbe nonostante tutto sa di potersi fidare di Dio, allora lo sfida, non ha paura di lui. La fede non è sua, ma è ancora nel mistero di Dio. Lui, per questo, non ha paura di perdersi. Giobbe cerca un Dio Altro dalla immagine che gli danno gli interlocutori, non cerca un altro Dio, ma lui cerca l’Unico Dio.

Vedi anche Salmo 50/51

28 luglio 2018http://www.sangiuseppeartigianopomezia.it/vogliadidio/2018/07/28/gli-amici-di-giobbe-2/#vogliadiDio #pregaesollevati

Pubblicato da Parrocchia San Giuseppe Artigiano, Martin Pescatore su Sabato 28 luglio 2018

 

 

 

Gli amici di Giobbe 1

Cicli di discorsi

Ora subentrano gli amici di Giobbe. Giobbe davanti al suo dramma di fede tace, gli amici si astengono per sette giorni (tempo per verificare se è immondo nella contaminazione di lebbra). Con questo gesto gli amici vogliono dire di più. È un lutto come se Giobbe fosse già morto, mentre Giobbe sta ancora lottando. Gli amici sono in silenzio, davanti al dolore e alla morte la Sapienza perde la voce, non ha più parole, non sa più cosa dire. L’unica cosa sapiente da fare davanti alla morte e al dolore è il tacere. Questo rispetta il dolore, lo consola, ma Giobbe inizia a parlare.

Qui finisce il prologo e inizia il dialogo sia di Giobbe che gli amici. Diranno cose, che Dio alla fine riterrà non giuste. La Sapienza era di trovare altre strade: il silenzio. Giobbe invece maledice il giorno della nascita e la notte del concepimento per poter dire la profondità della propria angoscia e la profondità del suo desiderio di uscire da questa vita, anzi di essere già uscito, anzi di non esserci mai entrato.

3,1 Dopo, Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno;
2 prese a dire:
3 Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse: «È stato concepito un uomo!».

Questa modalità letteraria è usata anche da Geremia, quando dice di essere stato fatto profeta prima di essere stato generato e uscito dal grembo materno. Questa espressione fa ritornare lì dove il tempo inizia, perché non c’è un tempo nell’esistenza di Geremia, in cui non era profeta.

Lo stesso procedimento lo usa Giobbe. Lui non si limita a dire che non vorrebbe mai essere nato. Non vorrebbe mai essere entrato nel tempo, cancellando assolutamente tutto della sua vita. Un rifiuto radicale del vivere, ma così facendo non maledice Dio. Anche se da lui viene la vita. Il suo problema non è di maledire Dio, vuole dire che la sofferenza è così grande che la sua vita è impossibile. Visto però che è nato, allora vorrebbe essere già morto. Non solo dice che non gli è sopportabile vivere, ma vivere è soffrire e morire. Lui vorrebbe una vita senza la morte e la sofferenza, dicendo proprio che vorrebbe morire, perché se fosse già morto non soffrirebbe più. Entra in una prospettiva autonoma della propria vita, ma non si suicida.

Così esprime l’obbedienza a Dio, nonostante Egli gli sbarra la strada.

Gli amici dicono che lui sta proprio male è gli sta bene così, perché non si vuole pentire del “presunto” peccato. Così salvano l’immagine di Dio, ma perdono Giobbe. Il lettore però sa chi è il colpevole.

L’idea che c’è sotto è che ad un agire perverso corrisponde e risponde una situazione di maledizione, mentre ad un agire pio corrisponde e risponde la benedizione di Dio. Dunque, se io vedo che tu stai male, significa che tu hai agito male. Però proprio questo non funziona. Non è vero che se tutto ti va bene questo è segno inequivocabile che tu sei giusto.

La posizione degli amici è semplice e comoda perché vogliono far tornare i conti. Questa visione retributiva, che gli amici semplificano al massimo la troviamo nei profeti e nella letteratura sapienziale: «la maledizione del Signore è sulla casa del malvagio».

C’è la consapevolezza che il male, al di là della sua apparenza, ha in sé il seme del male. Come il bene ha in sé una forza intrinseca che propaga il bene. Questo sta dietro alla teoria della retribuzione. Fare il male fa male; sia a chi riceve il male, ma anche a chi lo fa. Mentre fare il bene a qualcuno, fa anche bene a chi lo fa. Ma in questo caso non è applicabile.

Inoltre, dietro alla teoria retributiva, chi crede che l’uomo è inserito all’interno di un progetto divino di salvezza ha una certezza; c’è qualcosa di più grande del male. Il male si può vincere trasformandolo in bene. Anche il male, non voluto da Dio, può essere trasformato dalla Sua volontà di salvezza. La sofferenza può essere vissuta dall’uomo come qualcosa, in cui l’uomo si misura, si confronta con il proprio male, in modo che smetta di fare il male e si converta a fare il bene. Il male può trasformarsi in occasione di bene, se vissuto all’interno della storia della salvezza. Il male può avere una direzione educativa, che aiuta l’uomo ad aprirsi al bene, sperimentando il dolore.

27 giugno 2018http://www.sangiuseppeartigianopomezia.it/vogliadidio/2018/07/27/gli-amici-di-giobbe-1/#vogliadiDio #pregaesollevati

Pubblicato da Parrocchia San Giuseppe Artigiano, Martin Pescatore su Venerdì 27 luglio 2018

Giobbe Prologo 4

Scena b2

2,1 Quando un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, anche Satan andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore. Il Signore disse a Satan: «Da dove vieni?». Satan rispose al Signore: «Da un giro sulla terra che ho percorsa». Il Signore disse a Satan: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male. Egli è ancor saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo». Satan rispose al Signore: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!». Il Signore disse a Satan: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita».

Satan si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. Allora sua moglie disse: «Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!». Ma egli le rispose: «Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?». In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.

Nel frattempo tre amici di Giobbe erano venuti a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui. Partirono, ciascuno dalla sua contrada, Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita, e si accordarono per andare a condolersi con lui e a consolarlo. Alzarono gli occhi da lontano ma non lo riconobbero e, dando in grida, si misero a piangere. Ognuno si stracciò le vesti e si cosparse il capo di polvere. Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti, e nessuno gli rivolse una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore.

La scena si ripete come all’inizio, ma si aggiunge una risposta di Dio: “Tu mi hai spinto contro di lui (hinnām – senza ragione, gratuitamente”; la stessa parola che usa Satana quando dice «forse è integro gratuitamente?». Questo gratuitamente si riferisce sia a Giobbe che a Dio. Dio vuole dire che Satana lo ha fatto mettere contro di lui senza ragione. Dio riprendendo questo avverbio da una risposta alla questione testé. Non c’era motivo per metterlo alla prova perché è giusto. Non aveva bisogno di controprove per credere nella sua fedeltà. Dio è credibile in sé e non per quello che da. Che senso ha allora la sofferenza? Non serve agli uomini, non serve a Dio. Per chi è utile?

Satan reagisce dicendo che è vero, Giobbe è rimasto fedele, ma… ora vuole corrompere l’osso e la carne. Satan mette in gioco l’istinto di sopravvivenza. Se tocchi l’uomo nella vita, l’uomo è perso. Ora siamo davanti alla prova suprema: il confronto con la morte e con la vita, che è peggiore della morte stessa.

Allora c’è moglie che lo istiga. «Benedici Dio…» – il lettore ebreo non riesce a maledire Dio e crea una ironia assimilando il termine Benedire (pienezza di Vita) a una situazione di morte – «e muori» (nella nuova traduzione Cei usa il termine maledire). La voce della moglie di Giobbe dà vita a questo. La donna è la costola dell’uomo, ma è nella Bibbia sia come la Sapienza come anche la follia, la donna ti porta alla perdizione (straniera, seduttrice). La prospettiva del testo qui è più profonda. Giobbe si confronta con la sua propria carne, con quella parte di sé che non è capace di accettare quello che sta succedendo. Come se desse voce alla tentazione che è dentro di lui.

«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?». Questa è una interpretazione del testo. Il testo letteralmente dice: «Anche il bene noi accettiamo da Dio, e il male non accettiamo». Come interpretarla allora? In modo positivo o negativo?

La risposta sembra quasi dare ragione alla moglie. Lui si sta ribellando contro Dio. Dice: «io voglio capire le motivazioni del male, che non può venire di Dio». Questa frase va oltre a quella iniziale: «il Signore ha dato il Signore ha tolto». Ora dice: «Il Signore dà solo il bene». Qui c’è il suo cammino di fede eroica. Nonostante il suo tormento, il suo dubbio, continua a rivelare che Dio è il Bene supremo, anche se non capisce quello che sta accadendo.

25 luglio 2018http://www.sangiuseppeartigianopomezia.it/vogliadidio/2018/07/25/giobbe-prologo-4/#vogliadiDio #pregaesollevati

Pubblicato da Parrocchia San Giuseppe Artigiano, Martin Pescatore su Mercoledì 25 luglio 2018

Giobbe Prologo 3

Scena a2: a questo punto inizia la prova

Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo». Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo». Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo». Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo».

Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse:«Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

L’autore sceglie dei messaggeri che raccontano le disgrazie. Questo significa che il tempo reale non corrisponde. Se avesse raccontato episodio per episodio si avrebbe avuto una impostazione cronologica. Invece così non si può. Il narratore vuole che legge si trovi nella stessa situazione di Giobbe, che non sa niente e se lo sente raccontare. In trenta secondi si racchiudono giorni e giorni di disgrazia che lui non riesce neanche a metabolizzare. Lui perde tutto in trenta secondi, un colpo dopo l’altro. Giobbe e il lettore vedono annientata tutta la vita in una manciata di secondi.

Per quattro volte c’è la distruzione totale, sia fatta da uomini, che provocata dalla natura (merismo).

Se in tutto questo il lettore condivide l’angoscia di Giobbe, ma nota la differenza. Giobbe non sa perché questo sta accadendo. Il lettore sa che questa è una prova e tragicamente sa che tutti questi morti, sono morti a motivo di Giobbe. Questi figli morti sono vittime innocenti, nella cui morte è implicato in qualche maniera Giobbe stesso. L’angoscia del lettore cresce e cresce lo sconcerto del lettore. La vita ci mette alla prova colpendo altri innocenti. Il narratore vuole che noi entriamo in crisi. Solo così possiamo vivere la crisi di Giobbe.

Ma Giobbe non entra in crisi. Davanti a tutto questo che gli viene annunciato fa la gestualità tragica e dolorosa del lutto. Pone su di sé la gestualità dei morti (straccia le vesti, copre il capo di cenere, si stende per terra = tutti i segni di morte, come nell’atto penitenziale. Tutto questo per dire «io sono davanti alla morte e la assumo». Come davanti al peccato si dice «il peccato mi uccide e chiedo a Dio di liberarmi». Qui Giobbe fa i segni del lutto, però con un cambio finale: si prostra. Il suo cadere per terra non è solo un cadere per terra come un morto, ma diventa un gesto di adorazione. Il lutto si apre alla fede. Lo sgomento della morte si apre all’adorazione del mistero di Dio, quindi all’accettazione della volontà di Dio anche se misteriosa.

La sfida di Satan fallisce, perché Giobbe continua a benedire e continua a fidarsi che Dio è buono. In questo modo Giobbe rimane benedetto. Non attribuisce a Dio nulla di tutto questo. Secondo la sfida di Satan, la sofferenza finisce sempre per diventare accusatoria dell’ultimo responsabile: Dio. Perché Dio fa questo o lo permette? Questa sarà la tematica di tutto il libro di Giobbe. Questo meccanismo di difesa lo applicheranno proprio gli amici di Giobbe. Cercano la causa di tutto questo e vogliono accusare Giobbe.

Giobbe invece assume la sofferenza senza che divenga accusatoria. A questo punto cambia nuovamente la scena. Si ritorna di nuovo nella corte celeste e tutto inizia daccapo.

24 luglio 2018http://www.sangiuseppeartigianopomezia.it/vogliadidio/2018/07/24/giobbe-prologo-3/#vogliadiDio #pregaesollevati

Pubblicato da Parrocchia San Giuseppe Artigiano, Martin Pescatore su Martedì 24 luglio 2018

 

Giobbe Prologo 2

Scena b1

1,6Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche Satan andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satan: «Da dove vieni?». Satan rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». Il Signore disse a Satan: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». Satan rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». Il Signore disse a Satan: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satan si allontanò dal Signore.

Siamo nella corte celeste. Dio è rappresentato come re che riceve informazioni dai suoi ministri . Tra i ministri c’è anche un tale di nome Satan. La maggior parte dei critici dice, che qui ha solo una funzione letteraria, ma che non deve essere identificato con il male (Lucifero). Serve solo per andare avanti nella storia, infatti alla fine non è più presente. È comunque un personaggio scomodo, critico, vede i problemi. Vede dei problemi non solo in Giobbe, ma anche in Dio. Pone problemi dal punto teologico. Sul comportamento di Giobbe non si può dire nulla, allora Satan non si attacca al comportamento, ma alle motivazioni. «Sì, Giobbe è buono, ma perché?». Lui è buono o gli conviene esserlo, perché tu lo premi, oppure è buono perché gli va tutto bene? Prova a fargli andare tutto male, vediamo se continua ad essere buono.

«Forse Giobbe teme Dio per nulla (hinnam = gratuitamente)?» o il suo timore è interessato perché ha in cambio qualcosa?». Lui è benedetto e sta bene, ma ha veramente timore di Dio o è solo buono perché ha salute e ricchezza? Questa è la sfida che Satan lancia. È proprio una richiesta da parte sua, che Giobbe venga messo alla prova, per mettere a nudo l’uomo, in modo da dimostrare dove ha messo il suo tesoro.

Satan pone la sfida e Dio accetta, ma in realtà queste prove sono le prove della vita stessa. Giobbe si deve confrontare con la vita, che è anche fatta di perdite, sconfitte e morte. Giobbe come giusto deve prima o poi confrontarsi con questo. Giobbe è l’uomo giusto che si confronta con una vita che sembra ingiusta.

Attenzione però! Satan mette il problema su Giobbe e sul disinteresse, ma implicitamente Satana sta mettendo il dubbio su Dio. Lui dice che Giobbe non teme Dio gratuitamente. Non solo dice che Giobbe non è disinteressato, ma dice anche che Dio non è temuto e amato per quello che è, ma per quello che lui può dare. Questo è per dire che Dio non è gratuitamente amabile, allora non ha valore in se stesso.

Amiamo Dio perché ci conviene o perché lui è amore?

Non si può amare solo Dio per convenienza. Dio si ama sempre, anche nella difficoltà, perché lui è Dio. La sofferenza è il luogo per noi per testimoniare che Dio è Dio. Anche se questo non c’è esplicitamente scritto.

23 luglio 2018http://www.sangiuseppeartigianopomezia.it/vogliadidio/2018/07/23/giobbe-prologo-2 #vogliadiDio #pregaesollevati

Pubblicato da Parrocchia San Giuseppe Artigiano, Martin Pescatore su Lunedì 23 luglio 2018