L’Intelletto

I doni dello Spirito: l’Intelletto

“Non si tratta qui dell’intelligenza umana, della capacità intellettuale di cui possiamo essere più o meno dotati. È invece una grazia che solo lo Spirito Santo può infondere e che suscita nel cristiano la capacità di andare al di là dell’aspetto esterno della realtà e scrutare le profondità del pensiero di Dio e del suo disegno di salvezza.”

Papa Francesco

Il dono dell’Intelletto ci aiuta a non essere superficiali, ma ad arrivare al cuore delle cose. Questo dono può agire in diversi modi: può darci la capacità di conoscere noi stessi e affrontare coscientemente ciò che in noi non va, oppure di conoscere e capire a fondo gli altri, ma può essere anche l’intelligenza spirituale per leggere la Bibbia fra le righe e ricavarne un nutrimento di vita. È il dono della “profondità” contro la “superficialità”, dell’”essere” contro l’”apparire”…

La Sapienza

I doni dello Spirito: Sapienza

“Se noi ascoltiamo lo Spirito Santo, Lui ci insegna questa via della saggezza, ci regala la saggezza che è vedere con gli occhi di Dio, sentire con le orecchie di Dio, amare con il cuore di Dio, giudicare le cose con il giudizio di Dio. Questa è la sapienza che ci regala lo Spirito Santo, e tutti noi possiamo averla. Soltanto, dobbiamo chiederla allo Spirito Santo”.

Papa Francesco

La Sapienza è il dono che ci concede il gusto della conoscenza del creato e quindi del suo Creatore, Dio, per conoscerlo e amarlo. Essa ci aiuta soprattutto a saper distinguere il bene dal male. La Sapienza può nascere in noi solo come dono di Dio perché ha Dio come origine e come fine: Dio ama me, io amo Dio. È questa una relazione che non nasce dalle nostre forze, ma che c’è stata regalata!

Fermarsi

Fermarsi un attimo,

giusto per riflettere,

per respirare

e riprendere forza.

Fermarsi,

senza paura dei pensieri dei sentimenti incrinati,

giusto per essere presente a se stessi.

Fermarsi,

respirando il silenzio di Dio

che per un attimo

allenta

ogni

rumore.

 

La preghiera del giorno

Oggi ho fatto talmente tante cose che quasi quasi mi stavo dimenticando del blog. Ma come potrei non condividere con voi la mia costante intenzione di preghiera di questa giornata frenetica?

Il mio pensiero è andato ai ragazzi che Sabato riceveranno il dono dello Spirito Santo con la Cresima. Mi ha colpito un lavoro che hanno fatto, in cui dovevano scaricare le 7 App dei doni dello Spirito.

Fantastica idea… rubata da internet… e rielaborata. Che la Cresima loro, rafforzi anche in noi i doni dello Spirito.

 

TRE INVOCAZIONI A MARIA PER OTTENERE LO SPIRITO SANTO
O purissima Vergine Maria, che nella tua Immacolata Concezione fosti fatta dallo Spirito Santo eletto Tabernacolo della divinità, prega per noi. 
Affinché il divin Paraclito venga presto a rinnovare la faccia della terra.

Ave Maria. 

O purissima Vergine Maria, che nel mistero dell’Incarnazione fosti fatta dallo Spirito Santo vera Madre di Dio, prega per noi.
Affinché il divin Paraclito venga presto a rinnovare la faccia della terra.
Ave Maria.

O purissima Vergine Maria, che stando in orazione, con gli Apostoli nel Cenacolo fosti sovrappiena di Spirito Santo, prega per noi.
Affinché il divin Paraclito venga presto a rinnovare la faccia della terra.
Ave Maria.

PREGHIAMO: Venga il tuo Spirito, Signore, e ci trasformi interiormente con i suoi doni: crei in noi un cuore nuovo, affinché possiamo piacere a te e a conformarci alla tua Volontà. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Le app dello Spirito

I ragazzi che sabato faranno la Cresima, durante la giornata di ritiro, hanno scaricato le App necessarie per il post-cresima…

Foto da Don Rudi (2)
Foto da Don Rudi (3)
Foto da Don Rudi (1)
Foto da Don Rudi

Ciro, il re unto da Dio

Isaia 45,1.4-6

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: “Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re; per aprire davanti a lui i battenti delle porte, e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe mio servo e di Israele mio eletto io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca.

Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è dio; ti renderò spedito nell’agire, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente fino all’occidente che non esiste dio fuori di me. Io sono il Signore e non c’è alcun altro”.

La seconda parte del libro di Isaia, normalmente chiamata Deuteroisaia (Is 40-55), ha come tema centrale la fine dell’esilio babilonese e il ritorno dei giudei nella terra promessa. Questa svolta epocale viene attribuita all’opera del re persiano Ciro, il quale con le sue vittorie ha determinato il crollo dell’impero babilonese, subentrando al suo posto nel controllo non solo della Mesopotamia, ma anche di tutta la Siria-Palestina. Il nome di questo re viene fatto una prima volta in 44,28 e poi nel testo qui proposto dalla liturgia con grande rispetto e venerazione, ma a lui si accenna anche in altri contesti (41,25; 48,14-15). Il Deuteroisaia non si limita a presentarlo come lo strumento scelto da Dio per portare a termine il suo piano in favore di Israele, ma gli attribuisce prerogative tipiche dei re di Giuda, ponendolo così in una prospettiva “messianica”. Sono interessanti i punti di contatto con i carmi del Servo di JHWH. Il genere letterario è quello dell’oracolo regale di intronizzazione (cfr. Sal 2; 110).

L’oracolo inizia in questo modo: «Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso» (v. 1). Ciro viene presentato come l’«eletto» di Dio. In realtà questo aggettivo è la traduzione dell’ebraico mashiah, «messia», titolo che competeva al re di Giuda in quanto consacrato con l’unzione regale, che faceva di lui il rappresentante di Dio in mezzo al suo popolo. È questa l’unica volta in cui un titolo così carico di risonanze religiose viene attribuito a un personaggio che non ha nulla a che fare con il popolo di Dio. Attribuendogli questo appellativo il profeta vuole significare che a Ciro è stata conferita una missione speciale come strumento e rappresentante di Dio, il quale perciò lo sostiene e lo aiuta. L’assistenza di Dio nei suoi confronti viene espressa mediante l’immagine del «prendere per la mano destra», utilizzata precedentemente anche per il Servo di JHWH, che è una figura profetico-messianica (cfr. 42,6). Essa significa che le imprese militari di Ciro sono state guidate da Dio verso uno scopo da Lui prestabilito: la restaurazione del popolo giudaico nella sua terra.

L’intervento di Dio in favore di Ciro viene descritto con tre immagini: abbattere davanti a lui le nazioni, sciogliere le cinture ai fianchi dei re (lett.: allentare i reni) per privarli della spada, segno del potere, e aprire le porte delle città nemiche davanti a lui. Con queste espressioni l’autore vuole dare ragione della rapida ascesa di questo re, che, approfittando della decadenza di Babilonia sotto il re Nabonide, diventato inviso ai suoi sudditi per aver sostituito il dio Marduk con la dea lunare Sin, era entrato quasi senza colpo ferire in Babilonia, dove le porte della città gli erano state aperte spontaneamente dai sacerdoti e dai governanti locali. In un testo babilonese, chiamato «cilindro di Ciro», redatto dai sacerdoti al momento della marcia vittoriosa di Ciro nel 538 a.C., si dice che il dio babilonese Marduk «ha nominato il nome di Ciro e l’ha chiamato al dominio su tutta la terra».

Nei successivi vv. 2-3 (omessi dalla liturgia) si esplicita ulteriormente l’azione di Dio in favore di Ciro. JHWH marcerà davanti a lui, spianerà le asperità del terreno, spezzerà le porte di bronzo, romperà le spranghe di ferro. Gli consegnerà tesori nascosti e le ricchezze ben celate, perché egli sappia che Lui solo è il Signore, Dio di Israele, che lo chiama per nome. Il fatto di riconoscere che JHWH è il Dio di Israele non significa la conversione alla religione ebraica, ma semplicemente il riconoscersi, in modo più o meno consapevole, come esecutore di un progetto che è stato deciso dal Dio di Israele (cfr. Esd 1,2-3).

Subito dopo viene descritto l’intervento divino in favore di Ciro con espressioni che si ispirano al rito di investitura regale: «Per amore di Giacobbe mio servo e di Israele mio eletto io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca» (v. 4). Ciò che ha spinto JHWH a rivolgersi a Ciro è stato l’amore per il suo popolo, il quale viene designato con il nome del patriarca Giacobbe, che riceve la qualifica di «servo» e di Israele, altro nome di Giacobbe, che viene considerato l’«eletto» di Dio. È nei patriarchi che Israele è stato eletto ed è diventato il Servo di JHWH, un appellativo che nel Deuteroisaia è riservato non solo al personaggio così chiamato, ma anche a tutto il popolo (cfr. Is 42,19). In forza del suo amore per Israele Dio «ha chiamato per nome» Ciro, cioè lo ha scelto tra tanti come la persona più adatta a attuare i suoi progetti, e gli «ha dato un titolo» (kanah, nella forma piel), cioè un nome nuovo, forse appunto quello di Messia, che indica la sua missione. Tutto ciò Dio lo ha fatto sebbene Ciro non lo conoscesse. Questo re non appartiene al popolo ebraico, quindi non può sapere chi è JHWH e tanto meno rendersi conto che è Lui a guidarlo nelle sue campagne vittoriose in vista di un fine che egli non può neppure immaginarsi. Nonostante il suo coinvolgimento in un preciso progetto di JHWH, Ciro resta dunque quello che è e non si converte alla religione ebraica che neppure conosce.

L’oracolo termina con queste parole: «Io sono il Signore e non v’è alcun altro; fuori di me non c’è dio; ti renderò spedito nell’agire, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente fino all’occidente che non esiste dio fuori di me. Io sono il Signore e non v’è alcun altro» (vv. 5-6). È qui sintetizzato il tema fondamentale del Deuteroisaia: l’unicità di Dio. Questo attributo di JHWH non si base su un concetto astratto della divinità, ma sul fatto che Egli soltanto è capace di muovere la storia secondo i suoi disegni, facendo ritornare gli israeliti nella loro terra. Egli dimostra questa sua prerogativa proprio servendosi di un personaggio che non lo conosce. È paradossale che Dio si serva proprio di lui per far sapere dall’oriente all’occidente, cioè in tutto il mondo, che non esiste altro dio fuori di Lui. Questa espressione non implica la conversione di tutte le nazioni all’unico Dio, ma semplicemente mette in luce lo sfondo universalistico su cui il Deuteroisaia legge la liberazione degli israeliti dall’esilio.

Linee interpretative

L’aspetto più significativo di questo testo consiste nel fatto che viene riconosciuta la legittimità di un potere politico autonomo dalla religione. Contrariamente alla visione teocratica tipica dell’AT, si mettono qui le basi per una situazione totalmente nuova, quella cioè della permanenza del popolo eletto nella sua terra, ma sotto il dominio di un potere esterno, quello cioè dell’impero persiano e poi degli altri imperi che si avvicenderanno nell’antico Medio Oriente. A parte la breve parentesi degli asmonei, Israele non esisterà più come regno teocratico autonomo. Si prospetta quindi la separazione tra stato e religione, resa più accettabile dal fatto che molte funzioni amministrative saranno devolute dal potere imperiale al gruppo sacerdotale e in seguito al sinedrio. Anche se il re non conosce JHWH e non si sottomette consapevolmente a Lui, il suo potere deve essere riconosciuto e gli israeliti devono sottomettersi a lui.

Ciro viene accettato come re «unto» da Dio non perché ha preso il potere con la forza delle armi, ma perché ha consentito ai giudei esuli di ritornare nella loro terra. Poiché compie un’opera giusta a favore di un popolo oppresso, la sua salita al trono viene riconosciuta come frutto di sua scelta speciale da parte di Dio. Il rapporto di un re con Dio e quindi la sua legittimità, non dipendono dall’osservanza di dottrine e di pratiche tipicamente religiose, ma dalla difesa dei diritti di tutti i suoi sudditi in armonia con le prescrizioni etiche che stanno alla base della religione israelitica e corrispondono a un sistema di valori universalmente riconosciuto. Il compito del re è quello di difendere i poveri e gli oppressi. Se viene meno a questo dovere egli perde le sue prerogative e non ha più diritto alla sottomissione dei suoi sudditi. Allo stesso modo un governo democratico è tale se assicura a tutti, maggioranza e minoranze, libertà e uguali diritti.

Fonte